L’opera risale al 1615 e ne è autore il pittore fiorentino Matteo Rosselli. Nato nel 1578, si forma sotto la guida di Gregorio Pagani che lo inviò a Roma per svolgere un lavoro e dove si trattenne sei mesi lavorando e studiando le opere di Raffaello e di Polidoro da Caravaggio. Divenuto poi titolare di una delle più importanti e proficue botteghe di pittori nella Firenze de suo tempo, dalla quale, peraltro, sono usciti molti tra i maggiori artisti del Seicento fiorentino, come Giovanni da San Giovanni, Jacopo Vignali, Francesco Curradi, Francesco Boschi, Lorenzo Lippi e il Volterrano. Morto nel 1650, fu sepolto nella chiesa di San Marco a Firenze.
L’influenza degli artisti romani, insieme allo stile Barocco in voga in quegli anni è presente in quest’opera. Caratterizzano lo stile barocco la ricerca del movimento, dell’energia, accentuando l’effetto drammatico delle opere attraverso i forti contrasti di luce e ombra sia delle sculture che delle pitture.
L’opera della pieve borghigiana rappresenta l’intercessione della Madonna verso il figlio adulto Gesù, procedendo con entrambe le braccia aperte. Inoltre anche il contrasto tra luci e ombre è visibile, in quanto l’opera ci appare divisa in due blocchi: nella parte superiore troviamo i protagonisti (Maria e Gesù) , contornati, sia ai lati che da sotto, da angeli, mentre alla base vi sono i Santi Domenico e Francesco che osservano la scena.
La luce risplende soprattutto nella parte superiore, illuminando la composizione divina fino ai volti dei santi. Inoltre nella parte superiore sono stati utilizzati toni del rosso, blu e bianco per la realizzazione delle nuvole, in netto contrasto con le tuniche scure dei Santi e dello sfondo scuro su cui si sviluppano.
In questo periodo perciò si intensificano le rappresentazioni di scene sacre soprattutto si dipingono quei soggetti che erano contestati dal pensiero riformatore, per esempio il culto di Maria.
I santi presentano gli abiti tipici dei loro ordini: quello domenicano composto da tonaca e scapolare bianchi, cappa e mantello neri, cintura di cuoio con la corona del rosario pendente da un lato; quello francescano è una saio marrone, con un con un laccio in vita.
Particolare è la rappresentazione di Gesù con tre frecce in mano, questa illustrazione viene dalla storia di Beata Margherita di Savoia, vedova e religiosa domenicana, le appare Gesù con in mano tre frecce (che rappresentano malattia, calunnia e persecuzione), che le chiede da quale delle tre voglia essere colpita. Margherita risponde che tutte e tre possono trafiggerle il cuore: viene completamente esaudita. Per vent’anni, per amore di Cristo, deve sopportare con pazienza e rassegnazione, nel silenzio e nell’isolamento, malattie, sofferenze e afflizioni di ogni genere.
La tela è sormontata da una lunetta raffigurante l’Eterno benedicente, recentemente riconosciuta di mano del pittore seicentista Francesco Furini, uno dei maggiori protagonisti dell’arte fiorentina della prima metà del XVII secolo e che, da sacerdote, trascorse alcuni anni in Mugello in qualità di parroco della chiesa di Sant’Ansano a Montaceraia (1633-1643).